Quando ti trattano come un team di 10 sviluppatori, ma sei solo

Storia di un gestionale troppo grande per una persona sola, e di cosa succede quando l’eroe solitario decide di cambiare campo di gioco

Per un periodo della mia vita lavorativa mi sono ritrovato a fare il lavoro di un intero team. Un gestionale per clinical trials sulle spalle, da solo: analisi, sviluppo, bugfix, supporto, spiegazioni agli utenti, workaround, release, patch dell'ultimo minuto.

All'inizio sembra quasi una medaglia al valore: “Se lo fanno fare a me da solo, vuol dire che si fidano”. In realtà, col tempo, ho capito che è un equilibrio pericoloso: ti allena tantissimo, ma se nessuno protegge i tuoi confini, ti brucia.

Cosa significa essere “il sistema”

Quando sei l'unica persona su un progetto critico, non sei uno sviluppatore: sei praticamente il sistema.

  • Se qualcosa si rompe, ti cercano.
  • Se c'è una nuova esigenza, la scrivono pensando direttamente a te.
  • Se un flusso non è chiaro, ti invitano alla call per “spiegare come funziona”.

Tecnicamente impari un sacco:

  • Capire l'architettura end-to-end
  • Gestire dati delicati e processi regolati
  • Scrivere codice pensando a utenti reali, non solo a casi da tutorial

Ma impari anche una cosa meno romantica: se sei l'unico punto di contatto, sei anche il collo di bottiglia e il parafulmine ufficiale.

I compromessi tecnici (e mentali)

Quando devi tenere insieme tutto, non sempre puoi fare la scelta “tecnicamente perfetta”. A volte devi scegliere la soluzione che:

  • Funziona entro domani
  • È abbastanza sicura da non esplodere in produzione
  • Non richiede riscrivere mezzo sistema da zero

Questo crea una tensione continua fra quello che vorresti scrivere e quello che puoi permetterti di scrivere nel contesto reale dell'azienda.

Non è un fallimento: è la differenza tra un progetto accademico e un prodotto che la gente usa ogni giorno. Però, se questa tensione rimane tutta sulle spalle di una persona sola, prima o poi inizia a pesare.

Visibilità, riconoscimento e realtà

Uno degli aspetti più strani è il gap fra il tuo contributo reale e la percezione che l'azienda ha di te.

  • Tu sai quante cose hai tenuto insieme con soluzioni creative e notti lunghe.
  • Chi usa il gestionale si rende conto che “funziona”, e si aspetta che continui così.
  • Chi decide dall'alto spesso vede solo una voce “software” nel bilancio.

Fare il lavoro di un team non significa automaticamente avere il peso, lo stipendio o il rispetto di un team. E questa è una delle lezioni più dure da digerire.

Quello che mi porto dietro davvero

Nonostante tutto, rifarei quell'esperienza? Sì, ma non alle stesse condizioni e non con gli stessi confini inesistenti.

Da quella fase mi porto dietro alcune cose concrete:

  • La capacità di vedere un sistema come un insieme, non come una somma di ticket
  • La consapevolezza dei miei limiti: cosa posso reggere e cosa no
  • La voglia di lavorare in team dove il carico non è scaricato su una persona sola “perché tanto ce la fa”

Mi porto dietro anche un filtro in più: quando sento discorsi del tipo “tanto lo fa lui”, mi si accende subito un campanello. L'eroe solitario nel lungo periodo è un rischio, non un modello.

Non è una medaglia, è un segnale

Fare il lavoro di un intero team per un po' può farti crescere tantissimo, tecnicamente e caratterialmente. Ma se diventa la normalità, non è una medaglia al valore: è un segnale che qualcosa nell'organizzazione non funziona.

KernelMe, per me, è anche questo: uno spazio dove rimettere in ordine le cose che ho imparato, raccontare il dietro le quinte e ricordarmi che il prossimo passo della mia carriera deve avere una parola chiave chiara: equilibrio.